Un’inchiesta giudiziaria e mediatica senza precedenti scuote il mondo dell’informazione italiana. Le procure di Roma e Napoli stanno indagando sull’installazione di uno spyware altamente sofisticato – potenzialmente prodotto dall’israeliana Paragon – su dispositivi appartenenti a giornalisti di spicco, come Ciro Pellegrino di Fanpage e Roberto D’Agostino di Dagospia.
Il caso è stato sollevato dopo che i dispositivi mobili hanno mostrato segni di compromissione, facendo temere un attacco mirato tramite software militari. Secondo fonti giudiziarie, l’ipotesi principale è che sia stato utilizzato Predator, un malware avanzato che consente di accedere a messaggi, registrazioni vocali, microfoni e persino alla fotocamera degli smartphone.
Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (COPASIR) ha confermato che servizi segreti italiani hanno avuto contatti con Paragon, ma ha sottolineato che ogni operazione sarebbe stata autorizzata “per fini di sicurezza nazionale”, come il contrasto al terrorismo.
Tuttavia, la reazione del mondo giornalistico è dura: “Questo è un attacco diretto alla libertà di stampa”, afferma Giuseppe Giulietti, ex presidente della FNSI. Organizzazioni internazionali come Reporters Without Borders chiedono trasparenza e protezione per chi fa informazione.
Le indagini sono in corso. Ma il messaggio è chiaro: la sorveglianza elettronica non è più un problema solo da film di spionaggio, ma una minaccia concreta e invisibile anche nei Paesi democratici.
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