Mentre i riflettori restano puntati sulla scelta di politica monetaria della Fed, un altro fenomeno si fa strada: il rallentamento del mercato del lavoro per colpa del calo dell’immigrazione e dell’invecchiamento demografico.
Immigrazione ai minimi, rischi all’orizzonte
In meno di un anno, l’afflusso di migranti – specialmente nel segmento umanitario – è sceso quasi a zero, mentre le deportazioni continuano a un ritmo sostenuto. Questo si somma alla riduzione del numero di persone in età lavorativa previsto nei prossimi due anni, creando un doppio effetto: forte calo dell’offerta di lavoro e stagnazione nella creazione di nuovi posti.
Numeri in chiaroscuro
Attualmente l’economia statunitense registra una media di circa 172.000 posti di lavoro privati al mese: più del triplo del necessario per soddisfare la variazione naturale della forza lavoro. Tuttavia, le proiezioni indicano una decelerazione progressiva: 60.000 entro sei mesi fino a meno di 10.000 entro il prossimo anno. Se confermata, questa dinamica porterebbe il PIL sotto una crescita dell’1,4–1,6 %.
Le conseguenze per salari e inflazione
Un mercato più ristretto genera tensioni salariali: le aziende in competizione per pochi lavoratori saranno costrette a offrire retribuzioni più alte, spingendo verso un’inflazione persistente. Questo scenario rende meno vantaggioso per la Fed ridurre i tassi, anche in presenza di rallentamento dell’economia.
Politica monetaria tra due strade
Da un lato, un rallentamento del mercato del lavoro e il calo dei consumi sostengono la tesi dei tagli; dall’altro, l’aumento salariale e l’inflazione rendono impossibile qualsiasi decisione affrettata. A oggi la maggioranza dei membri preferisce mantenere i tassi invariati per preservare il controllo della stabilità dei prezzi.
Il mix tra restrizioni migratorie e cambiamenti demografici sta diventando il fattore determinante per il futuro della crescita e la politica monetaria americana. Un fenomeno che richiede risposte integrate a lungo termine.
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