Washington lascia l’UNESCO: nuova frattura diplomatica tra USA e ONU. Accuse di “pregiudizio anti-israeliano”

Gli Stati Uniti hanno ufficialmente notificato il loro ritiro dall’UNESCO, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura. La decisione, annunciata il 22 luglio, è stata motivata da Washington con una presunta “persistente prevenzione anti-israeliana” da parte dell’organismo.

Il Segretario di Stato americano ha dichiarato che “non è più accettabile finanziare un’istituzione che adotta risoluzioni distorte e parziali”, riferendosi in particolare a recenti votazioni dell’UNESCO che, secondo la Casa Bianca, “delegittimano l’identità storica e culturale di Israele”.

La direttrice generale dell’UNESCO, Audrey Azoulay, ha espresso “profondo rammarico” per la scelta americana, definendola “un passo indietro nel dialogo tra culture, che arriva in un momento in cui la cooperazione multilaterale è più necessaria che mai”.

Il ritiro effettivo entrerà in vigore il 31 dicembre 2025. Si tratta della seconda uscita degli Stati Uniti dall’UNESCO negli ultimi vent’anni: il primo distacco avvenne nel 2017 sotto l’amministrazione Trump, poi revocato nel 2021 con Joe Biden.

Analisti internazionali leggono la mossa come parte di un irrigidimento della politica estera americana, sempre più concentrata su interessi bilaterali e su una linea critica verso le organizzazioni multilaterali percepite come “sbilanciate”.

La scelta americana potrebbe avere ricadute non solo diplomatiche, ma anche economiche: gli USA erano tra i principali finanziatori dell’UNESCO. Il loro ritiro rischia di aprire un vuoto finanziario, lasciando spazio a nuovi protagonisti, in primis Cina e Russia, per influenzare l’agenda culturale globale.

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