Netanyahu all’ONU: “Dobbiamo finire il lavoro contro Hamas. Accuse di genocidio infondate”

NEW YORK – In un discorso acceso davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha riaffermato la linea dura del suo governo sulla guerra a Gaza, dichiarando che Israele deve “finire il lavoro contro Hamas” per garantire la sicurezza del Paese.

Il premier ha respinto con fermezza le accuse di genocidio avanzate da diverse organizzazioni internazionali e da alcuni Stati, definendole “infondate e ingiuste”. “Un Paese che commette genocidio non avvertirebbe i civili di allontanarsi dalle zone di combattimento”, ha affermato, rivendicando le modalità con cui l’esercito israeliano conduce le operazioni nella Striscia.

La mappa della “Maledizione”

Fedeli al suo stile comunicativo, Netanyahu ha accompagnato l’intervento con un supporto visivo: una mappa intitolata “The Curse” (“La Maledizione”), attraverso la quale ha voluto mostrare come Israele abbia già sconfitto o ridimensionato diverse minacce regionali nel corso della sua storia. Il messaggio era chiaro: la battaglia contro Hamas è l’ultimo tassello di un conflitto esistenziale.

L’aula che si svuota

Il discorso ha provocato reazioni immediate. Decine di delegazioni internazionali hanno abbandonato l’aula in segno di protesta, replicando un gesto che negli ultimi giorni aveva già accompagnato gli interventi di altri leader accusati di violazioni dei diritti umani. Tra i Paesi che hanno lasciato la sala vi erano rappresentanti di Stati arabi, africani e latinoamericani.

Il contesto politico e diplomatico

L’intervento di Netanyahu arriva in un momento di crescente isolamento internazionale per Israele. Nelle ultime settimane diversi Paesi europei hanno annunciato il riconoscimento dello Stato di Palestina, scelta che il premier ha duramente criticato, accusando i governi coinvolti di “incoraggiare il terrorismo”.

Sul fronte interno, il discorso mira a rafforzare la posizione del governo in un contesto politico segnato dalle divisioni e dalle proteste contro la gestione della guerra. Per la comunità internazionale, invece, rappresenta l’ennesima conferma della difficoltà di aprire spiragli verso una soluzione diplomatica.

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