Far saltare la prima della Fenice è un danno per l’Italia intera

La notizia è ufficiale: la prima del Wozzeck prevista per il 17 ottobre al Teatro La Fenice di Venezia non si farà.
Le rappresentanze sindacali del teatro hanno proclamato uno sciopero in segno di protesta contro la nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale, ritenuta da parte dei lavoratori inadeguata e poco trasparente. Il risultato è stato l’annullamento dell’inaugurazione della stagione lirica, uno degli appuntamenti più attesi e simbolici del panorama culturale italiano.

Mi schiero apertamente con Arrigo Cipriani e con molte persone di buon senso che hanno espresso la loro contrarietà a questa decisione.
Far saltare la prima della Fenice non è un atto di giustizia né una vittoria sindacale: è un colpo al cuore della cultura italiana.
Un gesto che danneggia non solo il teatro, ma anche l’immagine dell’Italia nel mondo, un Paese che ha costruito la sua identità proprio sulla musica, sull’arte e sulla bellezza.

La Fenice è più di un teatro: è un simbolo di rinascita, di eccellenza e di continuità culturale. Bloccarne l’attività per una polemica interna significa tradire la sua missione e compromettere il prestigio internazionale conquistato in secoli di storia.
Non si discute il diritto alla protesta, ma si deve riconoscere che qui la protesta ha superato ogni misura, colpendo non chi si contesta, bensì la collettività, gli artisti e il pubblico.

In questo contesto va riconosciuto il lavoro serio e responsabile del sovrintendente Nicola Colabianchi, che ha cercato in ogni modo di salvare la prima e di mantenere aperto il dialogo con tutte le parti. La sua disponibilità, il suo equilibrio e la sua difesa dell’istituzione meritano rispetto: Colabianchi ha dimostrato di anteporre il bene della Fenice e del pubblico alle tensioni di parte, in un momento che avrebbe potuto spingere chiunque alla resa.

Questa vicenda fa male a Venezia, fa male all’Italia e offusca l’immagine di una delle istituzioni più amate e rispettate del mondo musicale.
Come ha ricordato Cipriani, la Fenice appartiene a tutti: è patrimonio nazionale, non terreno di scontro.

Difendere la Fenice significa difendere la cultura e la libertà dell’arte, contro ogni tentativo di piegarla alle logiche del momento.
Far saltare la prima non risolve nulla: lascia solo l’amaro di una sconfitta collettiva, che pesa sull’intera nazione e sul suo prestigio internazionale.
Mattia Carlin

In foto Mattia Carlin

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