CON TEMPO: una serata di danza vissuta dal vivo al Teatro Toniolo di Mestre

Il 17 dicembre ho voluto andare a vedere personalmente, perché ci sono sere in cui l’arte non si può delegare al racconto degli altri. Alle 20.30, entrando in un Teatro Toniolo di Mestre gremito, ho avvertito subito che qualcosa stava già accadendo: la città era lì, raccolta, presente, pronta ad affidarsi al silenzio.

Le luci si sono abbassate lentamente, come se il tempo avesse deciso di rallentare, e in quello spazio sospeso ha preso forma CON TEMPO, non semplicemente uno spettacolo di danza, ma una soglia da attraversare. In sala, tra il pubblico fitto e concentrato, si riconoscevano presenze che davano misura dell’importanza di quella sera: Marco Mestriner, Presidente di ATER Venezia, Alessia Zambon, raffinata professionista impegnata in ambito gestionale e organizzativo per la RAI sul territorio veneto, e il Consigliere Regionale Matteo Baldan. Presenze in ascolto, immerse nello stesso buio condiviso, dove ogni ruolo si dissolve e resta soltanto l’attenzione.

Sul palco, i corpi hanno cominciato a parlare prima delle parole. La danza, affidata anche a interpreti di caratura internazionale come Martí Fernández Paixà, primo ballerino dello Stuttgart Ballet, e al veneziano Edoardo Sartori, solista di una delle compagnie più antiche e prestigiose al mondo, non ha cercato l’enfasi, ma la verità del gesto, lasciando che l’eccellenza emergesse con naturalezza, senza clamore.

A rendere possibile questo accadere era la visione dell’Accademia spinetense LG – Sviluppo Arti & Balletto, diretta dall’étoile internazionale Letizia Giuliani, all’interno del progetto Dancers Generation EU, sostenuto dal Ministero della Cultura. Più che un progetto, è apparso come un atto di fiducia: nel territorio, nei giovani corpi in formazione, in una danza capace di generare futuro.

CON TEMPO si è dispiegato come un atlante emotivo in tre movimenti.
In Sensorium di Matteo Levaggi, la danza si è fatta pelle e respiro, un linguaggio essenziale che traduceva i sensi in armonia, lasciando affiorare emozioni primarie, nude.
Con 5 Fados di Massimo Moricone, il corpo ha ricordato, ha cantato senza voce la nostalgia, intrecciando il movimento alla malinconia profonda del fado portoghese, fino a trasformare il dolore in bellezza condivisa.
In Chronicles di Salvatore De Simone, infine, il presente si è incrinato: la danza ha raccontato un mondo frammentato, sospeso tra manipolazione e indifferenza, gioco e conflitto, dove resistere diventa un gesto necessario, quasi vitale.

In quel buio attraversato dai corpi, ho compreso che la danza sa ancora dire ciò che le parole esitano a nominare. Sa abitare il caos senza spiegarlo, sa restare fedele all’umano anche quando tutto sembra cedere.

E mentre il sipario si chiudeva, è emersa con chiarezza la consapevolezza che anche la bellezza ha bisogno di cura, di visione, di gesti silenziosi di mecenatismo capaci di sostenere produzioni di respiro internazionale senza chiedere nulla in cambio, se non continuità.

Sono uscito dal teatro con il passo diverso, come accade quando l’arte non si limita a essere vista, ma viene attraversata.
Perché quando accade davvero, non finisce mai dove dovrebbe.

Mattia Carlin

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