Il Venezuela torna al centro dello scontro tra geopolitica ed energia, ma questa volta la partita si gioca più a Washington che a Caracas. Nel giro di pochi giorni, la capitale statunitense si è trasformata in un palcoscenico surreale: da un lato figure simbolo dell’opposizione venezuelana, prive di reale potere nel Paese; dall’altro esponenti di un sistema di governo che fino a ieri veniva bollato come criminale e oggi viene trattato come interlocutore strategico. In mezzo, le grandi compagnie petrolifere, chiamate a muoversi dentro un quadro sempre più dirigista.
Durante un incontro alla Casa Bianca con i vertici di Big Oil, Donald Trump ha chiarito senza ambiguità chi comanda il gioco. Il messaggio ai manager è stato netto: sarà l’amministrazione americana a decidere quali aziende potranno operare in Venezuela, a quali condizioni e con quali ritorni economici. Nessuna trattativa diretta con Caracas, nessuna autonomia decisionale. Le regole si fissano a Washington.
In questo contesto, la posizione dell’Eni appare particolarmente delicata. Il gruppo italiano, insieme alla spagnola Repsol e all’americana Chevron, è tra i pochissimi operatori occidentali ancora presenti nel Paese sudamericano. Eni e Repsol gestiscono il gigantesco giacimento di gas di Perla, al largo delle coste venezuelane, una risorsa che garantisce oltre la metà dell’elettricità nazionale e sostiene il funzionamento minimo dello Stato.
Eppure, mentre il gas europeo continua a tenere accese le luci del Venezuela, i flussi finanziari restano bloccati. Le nuove sanzioni imposte dagli Stati Uniti hanno congelato i meccanismi di pagamento: Eni e Repsol operano di fatto senza incassare ricavi, accumulando crediti miliardari. Solo Chevron beneficia di una corsia preferenziale, potendo continuare a estrarre e vendere petrolio — circa 240 mila barili al giorno — con il via libera americano.
Il nodo è tutto nei sistemi di compensazione. Finché è stato possibile, Caracas pagava le forniture in barili di greggio, poi rivenduti sui mercati internazionali. Ma questo canale è stato chiuso, lasciando le aziende europee esposte. Per Eni si parla di crediti insoluti per circa tre miliardi di dollari, per Repsol di sei.
Il clima che emerge dall’incontro con Trump è quello di una sudditanza silenziosa. Manager esperti e miliardari navigati hanno evitato qualsiasi parola fuori posto, alternando ringraziamenti e lodi. A rompere il copione è stato solo il numero uno di ExxonMobil, Darren Woods, che ha messo le mani avanti: senza garanzie, in Venezuela non si investe. Un messaggio diretto alla Casa Bianca, che riassume il sentimento diffuso nel settore.
Il risultato è un Venezuela sospeso: dipendente dall’energia straniera, ma ostaggio delle sanzioni; centrale nella strategia americana, ma senza controllo sul proprio destino industriale. E al centro di questo equilibrio instabile, l’Eni si trova a fare i conti con una partita che è ormai più politica che economica.
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