Franco Battiato: il cinema come atto di ascolto

Ricevetti una telefonata da Vittorio Sgarbi alcuni anni fa che mi invitava ad assistere a una proiezione curata da sua sorella, Elisabetta Sgarbi, a Venezia, nell’ambito della Biennale Cinema e accettai volentieri. Prima di entrare in sala con loro c’era Franco Battiato e fu in quell’attimo, sospeso e silenzioso, che lo vidi da vicino. Rimasi composto, profondamente emozionato, davanti a una persona che avevo stimato a lungo e a distanza. Lo scambio fu breve, cordiale, quasi essenziale, ma sufficiente a farmi percepire con chiarezza la potenza del suo pensiero e la naturale gentilezza di un gentiluomo siciliano, sobrio nei modi e intenso nella presenza, un’impressione discreta e duratura come spesso accade con gli incontri autentici. È da questa memoria veneziana che sembra prendere avvio il senso più profondo del film dedicato a Franco Battiato, non una celebrazione retorica né una semplice cronaca biografica, ma un tentativo misurato di avvicinarsi a una figura che ha sempre rifiutato le definizioni rigide. Raccontare Battiato significa accettare la complessità di un artista che ha attraversato musica, filosofia, spiritualità e immagine con assoluta libertà, restando fedele a una personale e rigorosa idea di ricerca. Il film procede con passo meditativo, lasciando spazio ai silenzi, alle pause, alle stratificazioni del pensiero; dalle prime sperimentazioni radicali alla stagione di maggiore popolarità, fino alle opere più interiori e contemplative, emerge il ritratto di un uomo capace di abitare il successo senza esserne mai prigioniero, mantenendo una distanza critica dal rumore del mondo. La musica, nel racconto cinematografico, non è mai mero accompagnamento, ma diventa linguaggio filosofico, strumento di interrogazione dell’esistenza, eco di una tensione costante verso l’essenziale. In questo quadro si inserisce con particolare delicatezza la scelta di Dario Aita nel ruolo di Franco Battiato, la cui interpretazione si muove per sottrazione, evitando ogni forma di imitazione o compiacimento; Aita non cerca la maschera, ma una prossimità interiore, restituendo un clima, una postura dell’anima, fatta di concentrazione, ironia lieve, ascolto profondo, accompagnando il racconto con misura e rispetto, consapevole che l’essenza di Battiato risiede più nel pensiero che nel gesto, più nel silenzio che nell’affermazione. Ne nasce un film che suggerisce più di quanto dichiari, fedele allo spirito di un artista che ha sempre indicato direzioni senza imporle, che non pretende di racchiudere Franco Battiato in una forma definitiva, ma lo lascia aperto, come le sue canzoni, come il suo percorso umano e creativo, e il cinema, in questo caso, rinuncia a spiegare e sceglie di ascoltare. E così, tornando idealmente a quell’istante prima dell’ingresso in sala a Venezia, si ha la sensazione che l’immagine in movimento riesca in un gesto raro: restituire una presenza senza trattenerla, evocare una voce senza imprigionarla; Franco Battiato continua ad abitare quello spazio sottile tra suono e silenzio, tra visibile e invisibile, e il film lo segue con discrezione, come si fa con le cose che contano davvero.
Mattia Carlin

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