La scomparsa di Dario Antiseri lascia un vuoto nel panorama culturale italiano, non solo per l’importanza del suo lavoro accademico ma per la qualità rara del suo insegnamento. È stato uno dei pochi filosofi capaci di unire rigore e semplicità, profondità e chiarezza, senza cedere né all’oscurità né alla banalizzazione. Per generazioni di studenti il suo nome è legato al grande manuale scritto con Giovanni Reale, un’opera che non si limitava a esporre dottrine ma insegnava a pensare. Scrivo queste righe anche per una ragione personale: quel manuale l’ho letto decine di volte, anche all’università, l’ho studiato, sottolineato, ripreso nei momenti di difficoltà. È stato decisivo per la mia formazione intellettuale, ma anche per la mia esistenza. In quelle pagine non ho trovato soltanto informazioni, ho trovato un metodo, una disciplina della mente, un invito costante alla responsabilità del pensiero. Tra i molti meriti di Antiseri, uno mi sembra speciale: aver saputo spiegare Immanuel Kant con una limpidezza sorprendente. Kant è un autore esigente, spesso percepito come arduo, soprattutto nelle sue opere maggiori come la Critica della ragion pura e la Critica della ragion pratica, ma nel manuale di Reale e Antiseri diventava comprensibile senza perdere la sua complessità. Non venivano semplificate le tesi, veniva chiarita la struttura dei problemi. Prima ancora di parlare di categorie o di imperativo categorico, si capiva perché Kant avesse sentito il bisogno di porre certe domande: che cosa possiamo conoscere, che cosa dobbiamo fare, che cosa possiamo sperare. La filosofia tornava così a essere ciò che è nel suo nucleo più autentico: un esercizio critico della ragione. Ricordo la forza con cui mi colpì l’idea della rivoluzione copernicana kantiana, l’intuizione che la mente non sia uno specchio passivo ma una forma attiva che organizza l’esperienza; non era soltanto una teoria sulla conoscenza, era un modo nuovo di intendere il rapporto tra soggetto e mondo. Nel manuale Kant non era isolato, ma messo in dialogo con l’empirismo di David Hume e con la tradizione razionalista, mostrando come la filosofia nasca dall’urto dei problemi e dal confronto tra posizioni diverse. In questo si riconosceva anche l’influenza del razionalismo critico di Karl Popper: la verità non come possesso ma come ricerca, la teoria come risposta provvisoria a una questione ben formulata. Per me quel metodo è diventato un’abitudine interiore: cercare il problema prima della soluzione, distinguere le tesi dagli argomenti, non fermarmi alle parole ma comprenderne la necessità. Se oggi considero la filosofia non soltanto uno studio ma una pratica di vita, lo devo anche a Dario Antiseri. La sua lezione più profonda non è stata una dottrina particolare, ma la fiducia nella ragione quando è esercitata con chiarezza, onestà e coraggio.
Mattia Carlin
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