L’Italia continua a perdere una parte importante dei suoi giovani più qualificati. Secondo i dati contenuti nel Rapporto Annuale 2026 dell’Istat e richiamati dal governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, oltre 100mila laureati hanno lasciato il Paese tra il 2020 e il 2024, scegliendo di costruire il proprio futuro professionale all’estero.
Un fenomeno che si inserisce in un contesto già segnato dall’invecchiamento della popolazione e dal calo demografico, aggravando ulteriormente le difficoltà del sistema economico e produttivo italiano.
Italia tra gli ultimi in Europa per numero di laureati
Nonostante il numero dei laureati sia cresciuto negli ultimi vent’anni, il nostro Paese resta ancora distante dagli standard europei. Attualmente circa il 30% dei giovani trentenni possiede una laurea, una quota inferiore di oltre 13 punti percentuali rispetto alla media dell’Unione Europea.
Il problema non riguarda soltanto la formazione di nuovi laureati, ma anche la capacità di trattenerli una volta conclusi gli studi.
Sempre più giovani scelgono l’estero
Nel solo 2024 circa 25mila laureati italiani tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato il Paese, mentre i rientri sono stati poco più di 4mila. Il saldo netto negativo supera quindi le 20mila unità.
Le motivazioni sono principalmente economiche e professionali. Secondo le analisi, quasi un giovane su due valuta un’esperienza all’estero per ottenere stipendi più elevati, mentre altri indicano come fattori decisivi migliori opportunità di carriera, maggiore stabilità lavorativa e una migliore qualità della vita.
Il Sud continua a perdere capitale umano
La situazione appare ancora più critica nel Mezzogiorno. Nel 2024 quasi 39mila giovani tra i 25 e i 34 anni si sono trasferiti dal Sud verso il Centro-Nord, contro circa 13mila che hanno compiuto il percorso inverso.
Tra i laureati il saldo negativo per le regioni meridionali è stato di circa 16mila unità, un dato che evidenzia un doppio problema: perdita di popolazione giovane e fuga delle competenze più qualificate.
Ricerca e innovazione restano il punto debole
Secondo Bankitalia, la scarsa innovazione delle imprese italiane e la limitata domanda di lavoro altamente qualificato alimentano un circolo vizioso che penalizza il sistema Paese.
Anche il settore della ricerca continua a soffrire. Oltre il 10% dei dottori di ricerca formati interamente in Italia lavora già all’estero pochi anni dopo aver conseguito il titolo. Molti dichiarano di aver trovato occupazioni più coerenti con le proprie competenze e stipendi sensibilmente superiori.
Il divario con Germania e Francia
Sul fronte salariale il confronto con le principali economie europee è impietoso. Se nel 2012 un giovane laureato tedesco guadagnava mediamente il 30% in più rispetto a un collega italiano, nel 2024 il differenziale è salito fino all’80%. Anche rispetto alla Francia il vantaggio retributivo supera ormai il 30%.
Numeri che confermano come la competizione per i talenti si giochi sempre più all’interno del mercato europeo e che l’Italia fatichi ancora a offrire condizioni competitive per trattenere le proprie eccellenze.
About The Author
You may also like
-
Pressione fiscale al 43,5%, cala il potere d’acquisto delle famiglie: i dati Istat accendono il confronto politico
-
Carburanti, scade lo sconto sul gasolio: arrivano le accise mobili, cosa cambia per i prezzi
-
Manovra, tensioni geopolitiche e conflitti pesano sui conti: «Serve rafforzare la resilienza del Paese»
-
Carburanti ancora in rialzo, diesel verso 2,50 euro in autostrada: Eni e IP fissano un tetto ai prezzi
-
Moody’s alza le stime sull’Italia: Pil 2026 a +0,8%, rating confermato a Baa2
