CyberShield AI Italia, Frizzi (LIBRA Cyber): «Sovranità digitale significa prima di tutto avere il controllo»

La sovranità digitale non significa utilizzare esclusivamente tecnologie italiane o contrapporre le aziende nazionali a quelle straniere. Significa, prima di tutto, mantenere il controllo sui propri dati, sapere dove si trovano, chi può accedervi e a quali regole sono sottoposti. È la prospettiva delineata da Paolo Frizzi, CEO di LIBRA Cyber, intervenuto a “CyberShield AI Italia – La nuova difesa digitale nazionale”, l’evento promosso dall’Associazione Nazionale Giovani Innovatori (ANGI) dedicato alle nuove sfide della sicurezza digitale.

«La sovranità è prima di tutto una questione di controllo», ha spiegato Frizzi. Un principio che assume particolare rilevanza quando si parla di infrastrutture critiche e dati sensibili: conoscere dove vengono conservate le informazioni, chi abbia il diritto di richiederne l’accesso e quale legislazione ne disciplini la gestione diventa parte integrante della strategia di sicurezza.

Il controllo, secondo Frizzi, si traduce soprattutto nella possibilità di scegliere. «Una nazione, un’infrastruttura, un’organizzazione che non conosce come vengono governati i propri dati si trova, in caso di scenari che cambiano molto rapidamente, di fronte a una situazione in cui non ha potere». La sovranità diventa quindi capacità strategica di decidere.

Un secondo fronte riguarda le persone e l’evoluzione delle minacce alimentate dall’intelligenza artificiale. Frizzi ha richiamato in particolare il Business Email Compromise (BEC), una tipologia di attacco basata sull’impersonificazione di soggetti fidati all’interno di un’organizzazione.

Richiamando un dato presentato al Gartner Security & Risk Management Summit di Londra, Frizzi ha affermato che i danni associati al Business Email Compromise possono essere «80 volte» quelli causati dal ransomware. Una minaccia meno visibile rispetto a un attacco ransomware, ma potenzialmente capace di produrre conseguenze economiche molto rilevanti.

L’intelligenza artificiale, inoltre, può rendere questi tentativi sempre più credibili e accessibili per gli attaccanti. Ma la stessa AI può essere utilizzata anche per rafforzare la difesa, aprendo però una nuova questione legata alla sovranità dei dati.

«Se chi difende utilizza l’intelligenza artificiale mandando i contenuti delle mail, per avere un parere, verso una terza parte straniera, abbiamo magari risolto un problema di sicurezza identificando le mail, ma abbiamo creato un problema di sovranità», ha osservato Frizzi.

Diventa quindi fondamentale conoscere non soltanto le capacità di un fornitore di cybersecurity, ma anche il modo in cui vengono trattate le informazioni: quali sistemi di intelligenza artificiale vengono utilizzati, dove vengono elaborati i dati e quali informazioni vengono eventualmente trasferite verso soggetti terzi.

Il terzo elemento riguarda la possibilità di verificare concretamente la sovranità tecnologica. Secondo Frizzi, infatti, non può trattarsi di un principio esclusivamente documentale. LIBRA Cyber, ha spiegato, sviluppa le proprie soluzioni in Italia e utilizza data center sul territorio nazionale, adottando un modello orientato al controllo delle informazioni e delle infrastrutture utilizzate.

Per le infrastrutture critiche e i dati sensibili, secondo il CEO, una garanzia formale può non essere sufficiente in uno scenario geopolitico e tecnologico capace di cambiare rapidamente. La sovranità deve quindi poter essere verificata e tradotta concretamente nelle architetture e nei processi utilizzati.

L’obiettivo, ha concluso Frizzi, non è limitare l’innovazione, ma creare un ambiente nel quale le nuove tecnologie, compresa l’intelligenza artificiale, possano essere utilizzate in maniera più consapevole.

La sfida diventa così trovare un equilibrio tra innovazione, cybersecurity e sovranità digitale: sfruttare le potenzialità dell’AI senza perdere il controllo sui dati e sulle infrastrutture dalle quali dipendono organizzazioni e servizi critici.

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