La documentazione acquisita dalla Procura di Pavia ricostruisce lo smaltimento dei campioni conservati al RIS di Parma. L’ordine sarebbe stato impartito dal tenente colonnello Alberto Marino, già coinvolto nelle analisi genetiche del 2007.
Nuovi elementi emergono dalle indagini sul delitto di Garlasco, nel quale il 13 agosto 2007 venne uccisa Chiara Poggi. Al centro degli ultimi accertamenti della Procura di Pavia c’è la distruzione di alcune provette contenenti estratti di DNA conservati presso il RIS di Parma.
Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, i campioni sarebbero stati smaltiti nel settembre 2016, circa sei anni prima del provvedimento con cui la Corte d’assise d’appello di Milano si pronunciò sulla sorte dei reperti ancora esistenti.
A disporre lo smaltimento sarebbe stato il tenente colonnello Alberto Marino, che nel 2007 aveva partecipato alle indagini genetiche sull’omicidio, comprese le analisi relative ai pedali della bicicletta di Alberto Stasi.
La relazione interna del RIS acquisita dalla Procura
La circostanza emerge da una relazione di servizio firmata il 3 novembre 2025 dal colonnello Matteo Donghi, contenuta nella documentazione acquisita dai magistrati pavesi coordinati dal procuratore Fabio Napoleone.
Il documento è stato redatto dopo una richiesta del procuratore aggiunto Stefano Civardi, che aveva chiesto chiarimenti sulla sorte di alcuni reperti e sull’eventuale esistenza di verbali relativi alla loro distruzione.
Nella relazione, Donghi ricostruisce le verifiche effettuate all’interno del RIS per individuare il momento in cui gli estratti di DNA furono eliminati.
Secondo quanto riferito dal luogotenente Massimiliano Stabile, l’ordine di smaltimento sarebbe arrivato da Marino dopo il suo insediamento alla guida della Sezione Biologia, avvenuto nel maggio 2016.
Una ricostruzione che avrebbe trovato conferma anche nelle dichiarazioni del tenente colonnello Nicola Staiti.
Le fotografie delle provette destinate allo smaltimento
Tra gli elementi acquisiti figurerebbero alcune immagini relative alle operazioni svolte il 15 settembre 2016.
Le fotografie documenterebbero le attività preparatorie allo spegnimento di un congelatore utilizzato per la conservazione dei campioni biologici e mostrerebbero provette contenenti estratti di DNA all’interno di sacchi destinati allo smaltimento dei rifiuti speciali.
La Procura intende ora chiarire le ragioni della distruzione e verificare se la decisione sia stata assunta autonomamente da Marino oppure nell’ambito di disposizioni condivise.
Il nodo dei campioni dell’impronta 33
La questione assume particolare rilievo anche alla luce degli accertamenti sull’impronta 33, rinvenuta sulla parete dell’abitazione di Chiara Poggi e attribuita dagli attuali inquirenti ad Andrea Sempio.
Già nel giugno 2025 era emerso che la fialetta originariamente contenente il materiale prelevato dall’intonaco non era stata ritrovata tra i reperti provenienti dal RIS di Parma.
Marino aveva riferito agli investigatori che il materiale raccolto risultava interamente utilizzato.
Tuttavia, un verbale del 4 settembre 2007 riportava l’indicazione di conservare gli estratti di DNA ottenuti dalle tracce analizzate, per metterli successivamente a disposizione dell’autorità giudiziaria.
È anche su questo aspetto che si concentrano i nuovi approfondimenti investigativi, con l’obiettivo di ricostruire la gestione e la conservazione dei materiali biologici nel corso degli anni.
La posizione della difesa di Alberto Stasi
La vicenda dei reperti era già stata affrontata nel 2021, quando il giudice dell’esecuzione aveva comunicato alle parti la prospettiva della loro distruzione, dopo che la condanna di Alberto Stasi era diventata definitiva.
La sua legale, Giada Bocellari, si era opposta alla distruzione e aveva chiesto la restituzione di alcuni beni sequestrati, tra cui diverse biciclette.
La Corte d’assise d’appello di Milano aveva successivamente disposto la restituzione di alcuni oggetti, precisando però che non potevano essere adottati ulteriori provvedimenti riguardo a eventuali corpi di reato ancora esistenti.
La documentazione ora acquisita dalla Procura pone dunque una nuova questione sulla cronologia dello smaltimento dei campioni biologici.
Il comandante generale dei Carabinieri: «Chi ha sbagliato ne risponderà»
Sulla vicenda è intervenuto anche il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Salvatore Luongo, che al Tg1 ha assicurato piena collaborazione con la magistratura.
Luongo ha dichiarato che, qualora venissero accertate irregolarità o responsabilità individuali, l’Arma garantirà trasparenza e fermezza.
Il comandante ha inoltre sottolineato che eventuali comportamenti illeciti dei singoli non devono compromettere la reputazione dell’istituzione e il lavoro svolto dai RIS.
Resta ora da chiarire perché gli estratti di DNA furono smaltiti nel 2016, quali procedure vennero seguite e se la loro eliminazione abbia avuto conseguenze sulla disponibilità dei materiali per i successivi accertamenti giudiziari.
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