Nel 1815 Klemens von Metternich ridisegnò la mappa dell’Europa uscita devastata dalle guerre napoleoniche. Due secoli dopo, nel 2025, Giorgio Marrapodi viene nominato Rappresentante Permanente d’Italia alle Nazioni Unite, chiamato a rappresentare il Paese in un mondo altrettanto complesso e frammentato. Tra questi due momenti storici esiste un filo rosso che attraversa il tempo: la diplomazia come arte dell’equilibrio, la ricerca costante di un ordine condiviso tra potenze, culture e interessi.
Metternich, principe e cancelliere dell’Impero asburgico, fu il protagonista indiscusso del Congresso di Vienna e per decenni incarnò il modello della diplomazia classica. La sua azione mirava a garantire stabilità e pace in un’Europa sconvolta dalle rivoluzioni e dalle ambizioni imperiali. Credeva nella legittimità delle monarchie, nel principio dell’equilibrio tra gli Stati e nella conservazione dell’ordine politico come condizione necessaria alla civiltà. Per lui la diplomazia era una scienza sottile, fatta di pazienza, prudenza e negoziazione, non di forza o improvvisazione. “La diplomazia è l’arte di tenere il mondo in equilibrio”, avrebbe detto, riassumendo una visione del potere misurata e razionale.
Giorgio Marrapodi, pur appartenendo a un contesto radicalmente diverso, sembra incarnare una versione moderna di quello stesso spirito. Nato a Martone, in Calabria, nel 1961, laureato in Giurisprudenza a Firenze e diplomatico di carriera dal 1987, Marrapodi ha attraversato decenni di politica estera italiana. È stato ambasciatore in Austria e in Turchia, Direttore Generale per la Cooperazione allo Sviluppo al Ministero degli Esteri, e oggi rappresenta l’Italia alle Nazioni Unite. Il suo percorso testimonia una concezione della diplomazia come costruzione quotidiana di equilibri, in un mondo dove la stabilità non si misura più solo con confini o trattati, ma anche con valori, reti culturali e cooperazione internazionale.
Durante la sua missione in Turchia, Marrapodi ha promosso iniziative che uniscono diplomazia economica, culturale e sportiva: dalla campagna di nation-branding “BeIT – Italy is simply extraordinary” alla partecipazione dell’Italia come ospite d’onore alla Fiera del Libro di Ankara, fino alla Giornata dello Sport Italiano nel mondo, che ha celebrato lo sport come linguaggio universale di amicizia tra i popoli. Come Direttore Generale per la Cooperazione allo Sviluppo ha guidato strategie di partenariato internazionale, portando l’Italia a essere protagonista in programmi globali di sostenibilità, aiuto umanitario e solidarietà. Queste azioni riflettono un’idea di diplomazia come forza pacifica e inclusiva, capace di tradurre in realtà i principi di dialogo e cooperazione che sono alla base delle Nazioni Unite.
In questo senso, Marrapodi e Metternich si incontrano idealmente su un terreno comune: entrambi credono che la pace si costruisca solo attraverso l’equilibrio. Per Metternich, l’equilibrio era un meccanismo politico per contenere le ambizioni delle potenze e preservare l’ordine monarchico. Per Marrapodi, l’equilibrio è un principio dinamico, fondato sulla mediazione, sulla diplomazia culturale, sull’ascolto reciproco tra le nazioni e sul rispetto dei diritti umani. Se il primo agiva in un’Europa di imperi, il secondo opera in un mondo globale dove gli Stati devono convivere con potenze emergenti, crisi ambientali e nuove tensioni geopolitiche.
Nonostante le differenze, entrambi rappresentano una visione di lungo periodo della politica estera: quella che vede nella parola, nella conoscenza e nella fiducia i veri strumenti del potere. Marrapodi, come Metternich, sembra credere che la diplomazia sia un’arte più che una tecnica, una pratica che richiede equilibrio interiore e sensibilità verso la complessità. Non a caso, nella sua carriera ha sempre cercato di coniugare il pragmatismo con la dimensione umana del dialogo, valorizzando la cultura come ponte tra civiltà.
Dalla Vienna del 1815 alla New York del 2025, la diplomazia ha cambiato volto ma non essenza. Allora si trattava di ricomporre un continente in frantumi dopo la guerra; oggi si tratta di dare voce alla cooperazione internazionale in un’epoca segnata da crisi climatiche, guerre regionali e disuguaglianze. In entrambi i casi, ciò che serve è equilibrio, visione e capacità di mediazione. E se Metternich fu il custode dell’ordine europeo, Marrapodi può essere considerato un custode del dialogo globale, interprete di una diplomazia che non alza muri ma costruisce ponti.
La sua nomina all’ONU non rappresenta solo un traguardo personale, ma anche un segnale politico: l’Italia intende riaffermare il proprio ruolo nel multilateralismo, portando avanti una tradizione diplomatica che, dai salotti di Vienna ai palazzi di vetro di New York, ha sempre cercato di coniugare realismo e idealismo, potere e responsabilità, interesse nazionale e bene comune. In questo senso, Marrapodi raccoglie idealmente l’eredità di Metternich, traducendola nel linguaggio del XXI secolo: la diplomazia come arte di trovare armonia nel disordine, equilibrio nel cambiamento e umanità nelle relazioni tra i popoli.
Mattia Carlin
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