La guerra in Ucraina non si combatte solo con le armi: ci sono anche le sanzioni economiche. E l’Italia, in questo campo, ha fatto la sua parte. Da quando è iniziato il conflitto, il nostro Paese ha congelato beni riconducibili a oligarchi russi per un valore complessivo di circa 2,3 miliardi di euro.
Non parliamo solo di conti bancari: a essere bloccati sono stati yacht di lusso, ville sulla costa ligure, automobili d’alta gamma e società finanziarie. Alcuni di questi beni — come dimostrano i documenti della Guardia di Finanza — sono intestati a prestanome, ma i reali beneficiari sono vicinissimi al Cremlino.
Fin qui tutto bene. Ma c’è un problema: gestire questi beni costa. Molto. Solo nel primo anno e mezzo, lo Stato italiano ha dovuto investire oltre 31 milioni di euro per la custodia, manutenzione e sicurezza di questi asset. Oggi si stima che il totale abbia superato i 45 milioni.
Chi paga? Per ora, il contribuente. E la questione si complica: l’Unione Europea sta ancora discutendo se trasformare questi beni in fondi da destinare alla ricostruzione ucraina o se restituirli a guerra finita. In ogni caso, i costi sostenuti dai Paesi membri — come l’Italia — restano scoperti.
Intanto, Roma ha bloccato anche beni di una società iraniana accusata di sostenere logisticamente le operazioni russe. Una mossa che rafforza la linea dura di Palazzo Chigi, ma che apre un ulteriore fronte nella gestione economica e politica delle sanzioni.
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