Scene di guerriglia urbana in Irlanda del Nord. Da inizio giugno, diverse città sono state teatro di violenti scontri tra gruppi estremisti e le forze dell’ordine. Il bilancio è drammatico: 81 agenti feriti, decine di arresti, auto bruciate e famiglie costrette a fuggire.
Tutto è iniziato a Ballymena, dopo che due minorenni di origine romena sono stati arrestati con l’accusa di aggressione sessuale. Da quel momento, la tensione è esplosa. Gruppi organizzati — spesso mascherati e armati di molotov — hanno dato il via a una serie di raid notturni, colpendo famiglie straniere, veicoli della polizia e centri civici.
Le autorità parlano apertamente di crimini d’odio. Le comunità più colpite sono quelle filippine, romene e africane, residenti da anni nei quartieri popolari. Un cittadino filippino ha raccontato ai media locali: “ci sbattevano alle finestre con bastoni, ci gridavano di andare via”.
La polizia è stata costretta a usare cannoni ad acqua e proiettili di gomma, ma le violenze non accennano a diminuire. Il governo nordirlandese sta valutando nuove leggi anti-razzismo, mentre Amnesty International denuncia una crescita allarmante dell’intolleranza: “È un salto indietro. I conflitti non sono più religiosi, ma razziali”.
La Brexit, il post-pandemia e l’aumento del disagio sociale hanno creato un clima esplosivo. In un’Irlanda del Nord che pensava di aver superato la stagione delle bombe, oggi è l’odio contro gli immigrati a scuotere le strade. E la pace, ancora una volta, vacilla.
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