Un gruppo di ricercatori dell’Università degli Studi di Milano ha sviluppato una particolare varietà di riso pensata per essere coltivata nello spazio, in condizioni estreme come quelle della Luna o di Marte. La notizia, accolta con interesse nel mondo scientifico e aerospaziale, rappresenta un passo importante verso la realizzazione di sistemi alimentari autonomi per missioni di lunga durata fuori dalla Terra.
Il progetto, nato dalla collaborazione tra il Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali dell’ateneo milanese e partner internazionali, si inserisce nelle iniziative di ricerca connesse alla space economy e alla sostenibilità delle missioni spaziali. L’obiettivo è fornire agli astronauti cibo fresco direttamente nei luoghi di permanenza, riducendo così la dipendenza dalle spedizioni di rifornimento dalla Terra.
Un riso “veloce” e adattabile
La varietà, soprannominata in via sperimentale “moon rice”, si caratterizza per cicli di crescita molto brevi – meno di due mesi – e una notevole capacità di adattamento a condizioni ambientali difficili, come bassa gravità, scarsità d’acqua e suoli non convenzionali. Il lavoro ha richiesto anni di sperimentazione, con test in serre simulate e ambienti controllati, ed è ora pronto per le prime fasi di validazione in collaborazione con enti spaziali.
Il ruolo della ricerca italiana
Il coordinamento del progetto da parte di un’università pubblica italiana evidenzia il ruolo crescente del Paese nella ricerca spaziale. Negli ultimi anni, anche grazie alla spinta dell’Agenzia Spaziale Italiana e alla partecipazione a programmi europei come Horizon Europe, si sono moltiplicati i progetti legati all’agricoltura extra-terrestre e alle tecnologie di supporto alla vita umana nello spazio.
Prospettive future
L’esperimento non si limita all’ambito teorico: l’obiettivo è quello di poter trasportare i primi semi in orbita entro i prossimi tre anni, per testarne la crescita a bordo della Stazione Spaziale Internazionale e, successivamente, in habitat simulati lunari. Il “moon rice” potrebbe diventare il primo alimento fresco coltivabile fuori dalla Terra, con impatti potenziali anche per l’agricoltura sostenibile sul nostro pianeta, in particolare in aree aride o colpite da cambiamento climatico.
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