Imprese, Italia solo 30ª al mondo per propensione all’imprenditorialità: cresce l’innovazione, ma frenano burocrazia e accesso al credito

L’Italia continua a mostrare segnali di ripresa sul fronte dell’imprenditorialità, ma il confronto internazionale evidenzia ancora un ritardo significativo. È quanto emerge dal Rapporto GEM Italia 2025-2026, promosso da Unioncamere, Universitas Mercatorum e Global Entrepreneurship Monitor, secondo cui il nostro Paese si colloca al 30° posto su 48 nella classifica mondiale della propensione a fare impresa.

Dopo il recupero seguito alla crisi pandemica, il sistema imprenditoriale italiano continua infatti a fare i conti con criticità strutturali. Le nuove iscrizioni di imprese sono diminuite sensibilmente rispetto al passato: dalle oltre 400 mila del 2010si è passati a circa 325 mila all’anno nell’ultimo biennio.

Il calo interessa soprattutto il settore manifatturiero, dove le nuove attività sono scese da oltre 21 mila a meno di 13 mila, mentre i comparti ad alta tecnologia e i servizi innovativi mostrano una maggiore capacità di crescita, sostenuti dalla trasformazione digitale e dall’innovazione.

Nonostante questo scenario, il rapporto evidenzia anche alcuni segnali incoraggianti. Nel 2025 il Total Early-stage Entrepreneurial Activity (TEA) ha raggiunto l’11%, il valore più elevato dall’inizio delle rilevazioni. A trainare questo risultato è soprattutto l’imprenditorialità “per opportunità”, ovvero quella di chi sceglie di avviare un’attività per sviluppare un’idea innovativa o cogliere nuove occasioni di mercato, piuttosto che per necessità.

Cresce inoltre l’attenzione verso la sostenibilità e l’adozione delle tecnologie digitali, elementi che stanno contribuendo a rendere più dinamico il tessuto imprenditoriale italiano.

Rimane però un forte divario tra il desiderio di fare impresa e la concreta possibilità di riuscirci. Secondo il rapporto, quasi un italiano su cinque vorrebbe avviare un’attività, ma solo una parte riesce a trasformare il progetto in realtà. A pesare sono diversi fattori: una limitata percezione delle opportunità imprenditoriali, che resta intorno al 35%, le difficoltà di accesso al credito, la complessità burocratica e normativa e la diffusa paura del fallimento.

Tra le principali criticità emerge anche il divario di genere. Le donne continuano a mostrare una minore propensione all’imprenditorialità rispetto agli uomini: il tasso TEA femminile supera di poco l’8%, contro circa il 13% registrato tra gli uomini. A incidere sono una minore fiducia nelle proprie capacità imprenditoriali, una più bassa percezione delle opportunità disponibili e un maggiore timore di fallire.

Il quadro delineato dal Rapporto GEM conferma quindi un’Italia che sta lentamente recuperando terreno grazie all’innovazione e alla digitalizzazione, ma che necessita ancora di interventi strutturali per favorire la nascita di nuove imprese e rendere più competitivo il proprio ecosistema imprenditoriale.

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