Gaza, Netanyahu respinge il piano Trump ma resta aperto uno spiraglio negoziale

Il premier israeliano contesta i 15 punti del Board of Peace. Washington minimizza le tensioni, mentre proseguono i colloqui su Gaza e Libano

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha respinto formalmente il nuovo piano in 15 punti promosso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump per Gaza, ma secondo diversi media resterebbero aperti margini di trattativa. Il nodo principale riguarda il disarmo di Hamas e il ritiro delle forze israeliane dalla Striscia. 

Il piano elaborato dal Board of Peace prevede infatti una progressiva smilitarizzazione di Hamas, un nuovo assetto amministrativo per Gaza, l’ingresso di una forza internazionale di stabilizzazione e il successivo ritiro israeliano. Netanyahu ha però ribadito che Israele non intende lasciare alcuna area della Striscia prima del completo disarmo del movimento palestinese. 

Mladenov: il piano resta la strada principale

L’inviato del Board of Peace per Gaza, Nickolay Mladenov, continua a sostenere l’attuazione del progetto americano, lavorando con mediatori regionali e parti coinvolte per ridurre le tensioni e creare le condizioni necessarie per procedere con la roadmap. 

La Casa Bianca, secondo quanto riportato dai media, non considera al momento il rifiuto israeliano come una rottura definitiva. Negli ultimi giorni, inoltre, Israele ha già autorizzato l’ingresso futuro di una forza internazionale in alcune aree di Gaza, un elemento che lascia intravedere una possibile convergenza almeno su alcuni punti del piano. 

Ben-Gvir contro ogni accordo con Hamas e Hezbollah

A irrigidire il fronte interno israeliano è intervenuto il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, contrario a qualsiasi intesa con Hamas e Hezbollah.

Il ministro ha sostenuto che la sicurezza di Israele debba essere garantita attraverso la forza militare e non tramite accordi diplomatici, confermando le profonde divisioni all’interno della maggioranza israeliana sull’approccio da adottare.

Nuove tensioni nel Sud del Libano

Parallelamente alla crisi di Gaza, resta instabile anche il confine con il Libano.

I media libanesi hanno riferito di nuovi attacchi israeliani nel sud del Paese, mentre i colloqui tra Israele e Libano, mediati dagli Stati Uniti, hanno prodotto alcuni progressi ma non un accordo definitivo. 

Nei negoziati di Roma le parti hanno discusso anche la possibilità di coinvolgere Paesi terzi nel controllo del disarmo di Hezbollah. Israele e Libano hanno concordato una lista preliminare di Stati che potrebbero partecipare a una missione di verifica, ma restano forti divergenze sui tempi e sulle modalità di attuazione. 

I colloqui potrebbero riprendere dopo l’estate

Secondo fonti diplomatiche libanesi, un nuovo round di negoziati tra Israele e Libano potrebbe non tenersi prima della fine dell’estate.

Le trattative restano concentrate sul ritiro progressivo delle forze israeliane dal sud del Libano, sul ruolo dell’esercito libanese e sul futuro di Hezbollah.

L’Iran resta al centro degli equilibri regionali

Sul versante iraniano, la leadership di Teheran continua a rafforzare gli organismi responsabili della sicurezza nazionale, mentre restano aperti anche i dossier sul nucleare e sullo Stretto di Hormuz.

Gli Stati Uniti mantengono una forte pressione sull’Iran, pur continuando a lasciare aperto il canale diplomatico. Washington considera la sicurezza della navigazione attraverso Hormuz uno degli obiettivi prioritari della propria strategia regionale. 

La situazione in Medio Oriente resta quindi caratterizzata da un doppio binario: da una parte il tentativo americano di costruire una nuova architettura diplomatica per Gaza e il Libano, dall’altra le resistenze interne e le tensioni militari che continuano a rendere fragile ogni possibile intesa.

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