L’amministrazione statunitense si oppone all’ipotesi che Apple utilizzi memorie prodotte in Cina. Il segretario al Commercio Howard Lutnick: «Ci devono essere altre soluzioni». Sullo sfondo la competizione globale sui semiconduttori e la crescita della domanda legata all’intelligenza artificiale.
L’amministrazione di Donald Trump alza la pressione su Apple e mette nel mirino le strategie di approvvigionamento del colosso di Cupertino. Washington ha espresso una netta contrarietà all’ipotesi che l’azienda statunitense possa acquistare chip di memoria prodotti in Cina per utilizzarli nei propri dispositivi.
La questione si inserisce in un contesto più ampio, segnato dalla crescente competizione internazionale per il controllo della filiera dei semiconduttori. A rendere ancora più strategico il settore è l’esplosione della domanda di microprocessori destinati ai data center e alle infrastrutture necessarie allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, con conseguenze anche sui prezzi e sulla disponibilità dei componenti.
Washington ad Apple: «Cercare altre soluzioni»
A rendere esplicita la posizione della Casa Bianca è stato il segretario al Commercio americano Howard Lutnick, che in un’intervista al Wall Street Journal, a margine di una visita allo stabilimento Apple di Houston, ha spiegato di aver comunicato chiaramente la posizione dell’amministrazione ai vertici dell’azienda.
«Ci devono essere altre soluzioni al problema della memoria, ma non è positivo che le aziende americane utilizzino memoria cinese», ha dichiarato Lutnick.
Un messaggio che evidenzia come la questione non riguardi soltanto le scelte commerciali di una singola azienda, ma si inserisca nella strategia statunitense per ridurre la dipendenza tecnologica dalla Cina.
Apple valuta i produttori cinesi
Apple stava valutando la possibilità di testare chip di memoria realizzati da due importanti produttori cinesi: CXMT (ChangXin Memory Technologies) e Yangtze Memory Technologies (YMTC).
L’eventuale utilizzo dei componenti sarebbe stato preso in considerazione per i dispositivi destinati al mercato cinese.
Apple non sarebbe inoltre l’unica azienda del settore a guardare verso questi produttori: secondo quanto riportato nel materiale, HP e Acer hanno già iniziato a integrare componenti CXMT in alcuni laptop commercializzati al di fuori degli Stati Uniti.
Il nodo delle licenze statunitensi
A complicare ulteriormente la questione ci sono le restrizioni previste dalla normativa americana.
Le società statunitensi devono infatti ottenere un’apposita licenza governativa prima di condividere specifiche e dettagli dei propri prodotti con CXMT e YMTC. Un passaggio che diventerebbe necessario nel caso in cui le aziende cinesi dovessero realizzare chip personalizzati sulle esigenze dell’iPhone.
Diverso il caso dei componenti standard: Apple potrebbe acquistarli e negoziarne le condizioni economiche senza lo stesso tipo di condivisione tecnica.
Ma la direzione politica indicata da Washington appare chiara.
Trump punta sulla produzione americana di semiconduttori
L’obiettivo dell’amministrazione Trump è rafforzare la produzione nazionale di semiconduttori e ridurre il peso della Cina all’interno delle catene di approvvigionamento delle aziende tecnologiche statunitensi.
Al centro della strategia c’è quindi il tentativo di consolidare una filiera americana dei chip, valorizzando anche grandi produttori nazionali come Intel.
La pressione esercitata su Apple diventa così un nuovo capitolo della competizione tecnologica tra Washington e Pechino, in un settore sempre più centrale non soltanto per smartphone e computer, ma anche per data center, intelligenza artificiale e infrastrutture digitali.
La scelta dei fornitori di chip, dunque, assume ormai una dimensione che supera le logiche industriali e commerciali: semiconduttori e catene di approvvigionamento sono diventati uno dei terreni strategici della competizione economica e tecnologica globale.
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