Tinto Brass, la forma del desiderio

Ci sono uomini che fanno cinema e uomini che, attraverso il cinema, costruiscono un modo di guardare il mondo. Tinto Brass appartiene alla seconda categoria. A Venezia, nell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, il suo nome torna al centro dell’attenzione con il Premio Pietro Bianchi 2026, riconoscimento assegnato dai Giornalisti Cinematografici Italiani d’intesa con la Biennale, e con il ritorno sul grande schermo di Col cuore in gola, il film del 1967 scelto per la serata di preapertura e restituito oggi alla sua forza visiva attraverso un nuovo restauro digitale 4K.
Non è soltanto un omaggio a un regista. È, in qualche modo, la restituzione di uno sguardo. Perché parlare di Tinto Brass significa parlare di erotismo, certo, ma fermarsi all’erotismo sarebbe come osservare un quadro soltanto attraverso il colore dominante. Il suo cinema nasce da qualcosa di più profondo: dalla cultura dell’immagine, dalla curiosità intellettuale, dalla libertà di osservare il corpo come una delle infinite forme attraverso cui la vita si manifesta.
Il corpo, nei suoi film, non è semplicemente un corpo. È una linea, una superficie, luce, movimento, materia dentro l’inquadratura. E soprattutto è desiderio trasformato in estetica. Questa è forse la differenza più importante tra Tinto Brass e tanta parte del cinema erotico che gli è stato accostato. Brass non sembra mai interessato soltanto a mostrare. È interessato a guardare. E guardare, per lui, significa comporre: significa scegliere un’inquadratura, una prospettiva, un ritmo, un colore; significa mettere in relazione un corpo con una stanza, una finestra con un volto, uno specchio con una figura, un gesto con una luce. Il suo erotismo è dunque innanzitutto una grammatica dello sguardo.
Dietro questa grammatica c’è un uomo profondamente colto. La sua formazione attraversa la cultura europea e il cinema d’autore. Brass frequenta a Parigi la Cinémathèque française di Henri Langlois, entra in contatto con l’ambiente della Nouvelle Vague e lavora accanto a Joris Ivens e Roberto Rossellini. La sua idea di cinema nasce quindi dentro una stagione straordinaria di libertà creativa, di sperimentazione e di rottura delle convenzioni.
Non sorprende allora che il suo cinema sia pieno di contaminazioni. La pittura, la fotografia, il fumetto, la grafica, la cultura popolare, la letteratura entrano nel suo linguaggio e lo trasformano. In Col cuore in gola, per esempio, l’incontro con Guido Crepax porta dentro il film una dimensione grafica quasi febbrile: l’immagine sembra continuamente sul punto di diventare tavola, vignetta, collage. È un cinema che non vuole stare fermo, che non accetta facilmente le categorie e che cerca continuamente una forma nuova per raccontare il desiderio.
Forse è proprio questo il senso più autentico della sua provocazione. Brass non ama le porte chiuse. Le apre. Apre quelle della morale, del desiderio, della rappresentazione, del linguaggio cinematografico. E spesso lo fa con ironia, con leggerezza, perfino con una certa gioia anarchica. Il suo erotismo non è quindi soltanto trasgressione. È una forma di libertà. Una libertà che passa attraverso il corpo, ma che nasce nella mente.
Ed è proprio per questo che il suo cinema, riletto oggi, appare più complesso di quanto una certa vulgata abbia voluto far credere. A partire da La chiave, Brass porta sempre più al centro una rappresentazione dell’erotismo di ispirazione colta e il tema della liberazione sessuale, soprattutto attraverso i personaggi femminili. Il suo sguardo può essere discusso, amato o contestato, ma non può essere liquidato come semplice provocazione. Dentro quelle immagini c’è una precisa idea estetica e culturale del desiderio.
C’è poi un altro Tinto Brass, quello che appartiene alla memoria di chi scrive. Lo incontrai molti anni fa, in occasione della presentazione del libro di Carmela Cipriani, della famiglia Cipriani. Dopo quella presentazione ci ritrovammo insieme e finimmo per fare un giro a Padova. È un ricordo che conservo con particolare affetto perché, in quelle ore, vidi un Tinto Brass molto diverso da quello che normalmente raccontavano i giornali e che il pubblico era abituato a immaginare.
Prima che arrivassero i fotografi, prima che si spargesse la notizia della presenza del regista in città, prima che cominciassero ad accendersi gli obiettivi e i microfoni, c’era semplicemente un uomo. Un uomo curioso, sensibile, colto e, soprattutto, semplice. Ricordo la naturalezza con cui stava dentro quella giornata, senza atteggiamenti da personaggio, senza la necessità di costruire continuamente il “Tinto Brass” che il pubblico conosceva. Era una persona con cui si poteva camminare, parlare, osservare una città. E fu proprio passeggiando per Padova che ebbi la sensazione di comprendere qualcosa che i suoi film, da soli, non potevano necessariamente raccontare: la profondità dell’uomo che c’era dietro il personaggio.
Brass guardava, ascoltava, osservava. Aveva quella curiosità che appartiene alle persone veramente colte, quelle che non hanno bisogno di dimostrare ciò che sanno perché la cultura è diventata per loro un modo naturale di stare nel mondo. In quelle ore padovane ho incontrato la persona prima ancora del regista, e quel ricordo è rimasto più forte di molte fotografie. Poi arrivarono i fotografi, arrivarono i giornalisti, la notizia della sua presenza cominciò a circolare e, improvvisamente, intorno a lui ricomparve il personaggio. Ma io avevo avuto la fortuna di incontrare l’uomo prima dei flash.
È forse questa la fotografia di Tinto Brass che preferisco conservare: non quella delle immagini più provocatorie, non quella dei titoli scandalistici, ma quella di un uomo che cammina per Padova con naturalezza, curioso di ciò che vede e di ciò che incontra, prima che la fama lo trasformi nuovamente nel personaggio pubblico.
C’è una strana ingiustizia nella fama: a volte un artista viene imprigionato proprio dentro ciò che lo ha reso famoso. Tinto Brass è stato spesso imprigionato nell’erotismo. Ma l’erotismo, nel suo caso, è soltanto la parte più visibile di una ricerca molto più ampia. Sotto c’è la cultura, sotto c’è il gusto, sotto c’è la pittura, sotto c’è la letteratura, sotto c’è il cinema e, soprattutto, c’è una precisa idea della libertà.
La libertà di guardare ciò che altri preferirebbero non vedere. La libertà di trasformare il desiderio in forma. La libertà di sottrarre il corpo alla colpa e restituirlo all’estetica. Per questo il Premio Pietro Bianchi che Venezia gli dedica non è soltanto un riconoscimento alla carriera di un regista erotico. È il riconoscimento a un autore che ha costruito, nel consenso e nella polemica, nella seduzione e nella provocazione, un universo visivo inconfondibile.
E Col cuore in gola, tornato a Venezia quasi sessant’anni dopo la sua prima presenza alla Mostra, rende nuovamente visibile questa natura di Brass: un cinema inquieto, pop, colto, sensuale, sperimentale, continuamente innamorato dell’immagine.
Forse, allora, bisognerebbe smettere di chiedersi se Tinto Brass sia un grande regista nonostante il suo erotismo. Bisognerebbe chiedersi se non sia un grande regista anche attraverso il suo erotismo. Perché il desiderio, nel suo cinema, non è mai soltanto ciò che viene mostrato. È ciò che accade allo sguardo quando incontra un’immagine. È quella frazione di secondo in cui una figura diventa forma, la forma diventa emozione e l’emozione diventa memoria.
Ed è forse questa la vera eredità di Tinto Brass: non le provocazioni, non gli scandali, non soltanto i corpi, ma il modo di guardarli. Un modo libero, colto, ironico e sensuale. Come quell’uomo che molti anni fa camminava con me per Padova, prima che arrivassero i fotografi e i giornalisti, prima che la sua presenza diventasse notizia, prima che tornasse il personaggio. In quel momento c’era semplicemente Tinto Brass. Un uomo sensibile, curioso, colto e semplice. E forse proprio lì, lontano dalle luci, ho capito che dietro il regista dell’erotismo c’era qualcosa di molto più grande e difficile da definire: un uomo che ha fatto dello sguardo una forma di libertà.
Mattia Carlin

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