La premier favorevole a estendere l’aliquota del 33% oltre i 50mila euro. La misura potrebbe interessare 3,3 milioni di contribuenti, ma servirebbero 2,7 miliardi all’anno. Intanto si riaccende il confronto sul drenaggio fiscale.
Il governo torna a valutare un ampliamento della riduzione dell’Irpef per il ceto medio in vista della prossima Legge di Bilancio. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è dichiarata favorevole a estendere l’applicazione dell’aliquota del 33% oltre l’attuale soglia di 50mila euro, riaprendo il confronto su una delle misure fiscali più discusse della manovra.
L’ipotesi, avanzata nei mesi scorsi da diversi esponenti della maggioranza, prevede di innalzare il limite di reddito fino a 60mila euro. Una modifica che, secondo le stime riportate, potrebbe interessare circa 3,3 milioni di contribuenti.
La realizzazione dell’intervento resta tuttavia subordinata alla disponibilità delle coperture finanziarie.
Irpef al 33% fino a 60mila euro: cosa potrebbe cambiare
Attualmente l’aliquota del 33% si applica alla fascia di reddito prevista fino a 50mila euro. L’ipotesi allo studio punta a estendere questo scaglione fino a 60mila euro, riducendo così il prelievo sulla parte di reddito compresa tra le due soglie.
La misura avrebbe un costo stimato di circa 2,7 miliardi di euro all’anno.
Negli ultimi giorni, tuttavia, l’intervento sembrava aver perso centralità nel confronto sulla manovra, a causa della necessità di destinare le risorse disponibili anche ad altri capitoli di spesa.
Le dichiarazioni della presidente del Consiglio riportano ora l’ipotesi al centro del dibattito politico.
Meloni ha espresso il proprio favore all’estensione dell’aliquota, precisando però che molto dipenderà dalle risorse effettivamente disponibili.
La proposta non è quindi ancora una misura approvata e dovrà essere valutata nell’ambito della definizione della Legge di Bilancio.
Il confronto con Bruxelles sulle coperture
Uno dei principali nodi riguarda il reperimento dei fondi necessari per finanziare gli interventi fiscali.
Il governo ha avviato un confronto con la Commissione europea su due questioni legate all’impatto dell’aumento dei prezzi sull’economia italiana.
La prima riguarda la possibilità di considerare lo shock energetico e inflazionistico nel calcolo della spesa consentita dalle regole europee.
La seconda è relativa all’eventuale utilizzo di una parte del maggior gettito Iva derivante dall’aumento dei prezzi per finanziare misure temporanee e mirate a sostegno di famiglie e imprese.
La premier ha ribadito l’intenzione dell’esecutivo di proseguire sulla strada della riduzione della pressione fiscale, ma l’effettiva portata degli interventi dipenderà dall’esito delle valutazioni finanziarie.
Legge di Bilancio, possibile slittamento della presentazione
Il percorso della manovra è legato anche al confronto con le istituzioni europee.
Il Parlamento ha autorizzato uno scostamento di bilancio pari a 28,8 miliardi di euro fino al 2028, mentre resta attesa una pronuncia europea sulla clausola di salvaguardia relativa alle spese per energia e difesa.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti vorrebbe definire i contenuti del provvedimento dopo aver ottenuto maggiori certezze sul quadro finanziario.
Per questo motivo, secondo le ipotesi riportate, la presentazione del disegno di legge potrebbe andare oltre il termine del 20 ottobre, senza che sia ancora definita una nuova data.
Nel frattempo, il confronto proseguirà anche attraverso gli appuntamenti internazionali del governo e del ministro dell’Economia.
Fiscal drag, il peso dell’inflazione su lavoratori e pensionati
Accanto alla discussione sulla riduzione dell’Irpef, torna al centro dell’attenzione il cosiddetto fiscal drag, o drenaggio fiscale.
Il fenomeno si verifica quando l’aumento nominale dei redditi, dovuto anche agli adeguamenti salariali all’inflazione, determina un incremento delle imposte pagate senza un corrispondente miglioramento del potere d’acquisto.
Se gli scaglioni fiscali, le detrazioni e la no tax area non vengono adeguati all’andamento dei prezzi, i contribuenti possono subire un aumento del carico fiscale effettivo.
Secondo i dati della Ragioneria generale dello Stato diffusi dalla deputata del Partito Democratico Maria Cecilia Guerra, il costo del drenaggio fiscale per lavoratori dipendenti e pensionati sarebbe pari a 4,4 miliardi di euro nel 2026.
Le stime indicano inoltre 3,4 miliardi per il 2027, 2,4 miliardi per il 2028 e 2,8 miliardi per il 2029.
Il confronto tra governo e sindacati
Sul drenaggio fiscale restano distanti le valutazioni dell’esecutivo e delle organizzazioni sindacali.
La Cgil chiede da tempo la restituzione delle maggiori imposte legate all’inflazione, stimando in circa 30 miliardi di euro l’aggravio sostenuto da lavoratori e pensionati tra il 2022 e il 2025.
La presidente del Consiglio ha invece sostenuto che gli interventi fiscali già adottati dal governo abbiano restituito ai contribuenti più di quanto incassato attraverso il drenaggio fiscale, con particolare riferimento ai lavoratori dipendenti.
Una ricostruzione contestata dal segretario confederale della Cgil Christian Ferrari, secondo il quale i pensionati non avrebbero beneficiato di una compensazione equivalente.
Il confronto mette in evidenza uno dei temi centrali della prossima manovra: individuare un equilibrio tra riduzione delle imposte, tutela del potere d’acquisto e sostenibilità dei conti pubblici.
Cosa aspettarsi dalla prossima manovra
L’estensione dell’aliquota Irpef del 33% fino a 60mila euro rimane dunque un’ipotesi sostenuta politicamente dalla presidente del Consiglio, ma ancora priva di una conferma definitiva sul piano finanziario.
I prossimi passaggi del confronto con Bruxelles e la definizione delle coperture saranno determinanti per comprendere se la misura troverà spazio nella Legge di Bilancio.
Per i contribuenti interessati, l’eventuale beneficio dipenderà dal testo finale e dalle modalità con cui sarà strutturata la modifica degli scaglioni.
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