Il rapporto sul Benessere equo e sostenibile fotografa un Paese in cui migliorano le condizioni economiche medie, ma persistono forti disuguaglianze. Il 22,6% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale, con il Mezzogiorno tra le aree più vulnerabili.
I redditi degli italiani aumentano, ma la povertà continua a rappresentare una delle principali criticità economiche e sociali del Paese. È quanto emerge dal rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) dell’Istat, che analizza l’andamento delle condizioni di vita della popolazione nel 2025.
Secondo i dati, il reddito medio disponibile pro capite è cresciuto del 2,4% in termini nominali rispetto al 2024, dopo l’incremento del 3% registrato nell’anno precedente. Tenendo conto dell’inflazione, la crescita complessiva dei redditi reali nel biennio è stata del 2,2%.
Nonostante il miglioramento, oltre 5,4 milioni di persone si trovano in condizioni di povertà assoluta, mentre più di un residente su cinque è esposto al rischio di povertà o esclusione sociale.
Redditi in aumento, ma il miglioramento non riguarda tutti
Il rapporto Istat evidenzia una crescita del reddito medio disponibile delle famiglie e un miglioramento della percezione della propria situazione economica.
L’aumento del 2,4% registrato nel 2025, tuttavia, è espresso in termini correnti e non rappresenta interamente un incremento del potere d’acquisto.
Considerando l’andamento dei prezzi, infatti, il miglioramento reale dei redditi si attesta al 2,2% nell’arco di due anni.
Il dato medio nazionale, inoltre, non descrive necessariamente le condizioni di tutte le famiglie: le differenze territoriali, il livello di istruzione e la distribuzione del reddito continuano a incidere significativamente sulle possibilità economiche dei cittadini.
Italia al 21° posto nell’Unione europea per rischio di povertà
Uno degli elementi più significativi del rapporto riguarda il confronto con gli altri Paesi europei.
Nel 2025, il 22,6% della popolazione residente in Italia risulta a rischio di povertà o esclusione sociale, contro una media del 20,9% nell’Unione europea.
Il divario è quindi di 1,7 punti percentuali e colloca l’Italia al ventunesimo posto tra i 27 Stati membri.
L’indicatore considera diverse forme di vulnerabilità economica e sociale e non deve essere confuso con quello della povertà assoluta.
Anche la disuguaglianza nella distribuzione del reddito disponibile contribuisce a evidenziare una situazione di svantaggio rispetto al quadro europeo.
Oltre 5,4 milioni di persone in povertà assoluta
Nel 2025, secondo i dati riportati dall’Istat, le famiglie in condizioni di povertà assoluta rappresentano l’8% del totale delle famiglie residenti.
Il fenomeno coinvolge oltre 5,4 milioni di persone, pari al 9,3% della popolazione.
La povertà assoluta indica una condizione nella quale le risorse economiche disponibili non sono sufficienti a sostenere le spese necessarie per acquistare un insieme di beni e servizi considerati essenziali.
Il confronto di lungo periodo evidenzia un aumento dell’incidenza individuale: nel 2014 la quota di persone in povertà assoluta era pari al 6,9%, mentre nel 2025 raggiunge il 9,3%.
Si tratta di un incremento di 2,4 punti percentuali nell’arco di undici anni.
Povertà in Italia, il Mezzogiorno resta l’area più colpita
Le differenze territoriali continuano a essere particolarmente marcate.
Nel 2025, l’incidenza della povertà assoluta individuale è più elevata nel Mezzogiorno, dove raggiunge l’11,5%, pur risultando in diminuzione rispetto al 12,5% del 2024.
Anche nel Nord si registra una riduzione, dall’8,8% all’8,5%, mentre il Centro presenta i valori più contenuti, con il 7,4% rispetto al 7,6% dell’anno precedente.
| Area geografica | Povertà assoluta 2024 | Povertà assoluta 2025 |
|---|---|---|
| Mezzogiorno | 12,5% | 11,5% |
| Nord | 8,8% | 8,5% |
| Centro | 7,6% | 7,4% |
Nonostante il miglioramento registrato in tutte e tre le aree, il divario tra Nord, Centro e Sud rimane significativo.
Arrivare a fine mese è ancora difficile per molte famiglie
Il rapporto analizza anche la percezione delle difficoltà economiche quotidiane.
Nel 2025, il 7,5% delle persone vive in famiglie che dichiarano di arrivare a fine mese con grande difficoltà.
La situazione risulta particolarmente critica nel Mezzogiorno, dove la percentuale raggiunge il 12,3%, superando nettamente la media nazionale.
Nel Centro, invece, la quota si attesta al 4,7%, il valore più basso tra le aree geografiche considerate, sebbene in peggioramento rispetto all’anno precedente.
Questi dati mostrano come l’aumento del reddito medio non si traduca automaticamente in una maggiore sicurezza economica per tutte le famiglie.
Istruzione e povertà: nel Sud oltre un giovane adulto su due è a rischio
Tra i fattori che incidono maggiormente sulla vulnerabilità economica emerge il livello di istruzione.
Secondo il rapporto, tra le persone di almeno 25 anni con un titolo di studio non superiore alla licenza media, il rischio di povertà raggiunge il 25,9%.
Tra i laureati della stessa fascia di età, invece, la percentuale scende al 7,1%.
Il rischio risulta quindi oltre tre volte e mezzo superiore per chi possiede un livello di istruzione più basso.
La situazione più critica riguarda i residenti nel Mezzogiorno tra i 25 e i 44 anni con al massimo la licenza media: in questa categoria, il 51,8% è a rischio di povertà.
Un dato che evidenzia il legame tra istruzione, opportunità economiche e disuguaglianze territoriali.
Il quadro Istat: cresce il reddito, ma restano le disuguaglianze
Il rapporto sul Benessere equo e sostenibile restituisce un’immagine articolata dell’economia italiana.
Da una parte, l’aumento dei redditi e il miglioramento di alcuni indicatori segnalano un’evoluzione positiva rispetto agli anni precedenti.
Dall’altra, la persistenza della povertà assoluta, il divario rispetto alla media europea e le difficoltà economiche concentrate nel Mezzogiorno mostrano che una parte significativa della popolazione continua a vivere in condizioni di vulnerabilità.
La sfida riguarda quindi non soltanto la crescita del reddito medio, ma anche la distribuzione delle risorse, l’accesso alle opportunità formative e lavorative e la riduzione delle disuguaglianze tra territori e gruppi sociali.
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