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Raid su Iran, attacco congiunto di Israele e Usa: missili su Tel Aviv e basi americane nel Golfo

Dalle prime ore del mattino l’Iran è stato colpito da un’operazione militare congiunta di Israele e Stati Uniti, definita da entrambe le parti un’azione “preventiva” contro presunte minacce imminenti. L’offensiva ha innescato una rapida escalation regionale: Teheran ha risposto con lanci di missili verso Israele e contro obiettivi americani nel Golfo.

Il portavoce militare israeliano ha annunciato che l’operazione è stata battezzata “Il ruggito del leone”, su decisione del premier Benjamin Netanyahu. Dal lato statunitense, la missione è stata ribattezzata “Operation Epic Fury”.


Esplosioni a Teheran e in altre città

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Almeno 30 forti esplosioni sono state registrate in diverse città iraniane. A Teheran sarebbero stati colpiti obiettivi legati all’apparato politico e militare, tra cui il complesso del Ministero dell’Intelligence e aree riconducibili ai vertici della sicurezza nazionale.

Secondo media internazionali, la Guida Suprema Ali Khamenei sarebbe stata trasferita in un luogo sicuro. Attacchi sono stati segnalati anche a Isfahan, Karaj, Kermanshah, Qom e Tabriz. In alcune zone della capitale si sono registrate interruzioni di internet e delle telecomunicazioni. Colpito anche l’aeroporto di Mehrabad.

Fonti locali riferiscono di vittime civili nel sud del Paese, ma i numeri non sono ancora verificati in modo indipendente.


Washington: “Difendiamo gli americani”

Il presidente Donald Trump ha rivendicato l’operazione in un messaggio pubblico, sostenendo che l’obiettivo è neutralizzare minacce imminenti e impedire all’Iran di sviluppare capacità nucleari e missilistiche avanzate.

Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa americana, i raid statunitensi sarebbero stati condotti con aerei partiti da basi in Medio Oriente e da portaerei, con operazioni “via aria e mare”. Nel mirino, oltre ai siti nucleari, infrastrutture missilistiche e strutture militari.


La risposta iraniana: missili su Israele e basi Usa

La reazione di Teheran è stata immediata. Le Guardie Rivoluzionarie hanno annunciato l’operazione “Truth Promise 4”, dichiarando di aver colpito obiettivi israeliani e americani.

Esplosioni sono state segnalate a Tel Aviv e Gerusalemme, con sirene d’allarme attivate in tutto il Paese. Israele ha dichiarato lo stato di emergenza sul fronte interno, rafforzando le difese e richiamando riservisti.

Nel Golfo, il Bahrein ha confermato che la base della Quinta Flotta della Marina statunitense è stata oggetto di un attacco missilistico. Esplosioni sono state udite anche ad Abu Dhabi, Doha e Riad, segnale di un conflitto che rischia di estendersi a livello regionale.


Stato di emergenza e chiusura degli spazi aerei

Israele ha disposto la chiusura dello spazio aereo e limitato le attività civili alle sole funzioni essenziali. Anche l’Iran ha annunciato la chiusura del proprio spazio aereo “fino a nuovo ordine”.

Le autorità israeliane hanno invitato la popolazione a restare vicino alle aree protette, mentre in diverse città mediorientali è stata innalzata l’allerta sicurezza.


Le reazioni internazionali e la posizione italiana

In Italia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato una riunione d’emergenza con i principali ministri competenti per la sicurezza e la politica estera. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato che la presenza diplomatica italiana a Teheran è già stata ridotta e che sono pronti piani di evacuazione per i connazionali.

Le diplomazie europee e mediorientali lavorano per evitare un allargamento del conflitto, mentre cresce la preoccupazione per possibili ripercussioni sui mercati energetici e sulla stabilità dell’intera regione.


Uno scenario in rapida evoluzione

Al di là degli obiettivi dichiarati — neutralizzare l’apparato militare iraniano e le capacità missilistiche — resta alta l’incertezza sull’evoluzione del conflitto. L’Iran dispone di un vasto arsenale di missili balistici distribuiti sul territorio nazionale, mentre Israele e Stati Uniti mantengono una presenza militare significativa nell’area.

La crisi rischia di trasformarsi in un confronto su larga scala, con effetti che potrebbero travalicare i confini regionali.

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