Iran-Usa, perché Trump non ha ancora firmato l’accordo preliminare: i nodi sul nucleare e le pressioni politiche

L’accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran sembra vicino, ma la firma del presidente americano Donald Trump continua a slittare. Dietro il rinvio non ci sarebbe una rottura delle trattative, bensì la volontà della Casa Bianca di ottenere maggiori garanzie sul programma nucleare iraniano e di valutare attentamente le conseguenze politiche di un’intesa che continua a dividere il dibattito internazionale.

Nei giorni scorsi una bozza del memorandum d’intesa è circolata attraverso il sito Axios, suscitando immediate reazioni da parte dei cosiddetti “falchi” repubblicani e del governo israeliano. Entrambi hanno invitato Trump a non sottoscrivere un accordo che, a loro giudizio, rischierebbe di rafforzare Teheran senza ottenere sufficienti concessioni in cambio.

Allo stesso tempo, però, né Washington né i Paesi del Golfo sembrano interessati a una nuova escalation militare nella regione. L’obiettivo condiviso resta quello di arrivare a una soluzione diplomatica capace di garantire stabilità e sicurezza, evitando una ripresa del conflitto.

Proprio per questo motivo i negoziati sono proseguiti anche negli ultimi giorni, concentrandosi soprattutto sul linguaggio del documento preliminare. Il memorandum non dovrebbe affrontare immediatamente tutte le questioni più controverse, che verrebbero rinviate a una seconda fase di confronto. Tuttavia Trump vorrebbe che il testo contenesse già riferimenti espliciti alle principali concessioni richieste all’Iran.

Al centro della discussione ci sono soprattutto due dossier: l’arricchimento dell’uranio e il destino delle scorte di uranio altamente arricchito presenti nella Repubblica Islamica. L’amministrazione americana sostiene che Teheran non debba poter sviluppare un programma nucleare potenzialmente utilizzabile a fini militari, mentre l’Iran continua a rivendicare il diritto all’arricchimento per scopi civili.

Secondo la bozza circolata nei giorni scorsi, questi temi sarebbero stati affrontati nei sessanta giorni successivi alla firma dell’intesa preliminare. Una prospettiva che, secondo quanto emerso da dichiarazioni del vicepresidente J.D. Vance, non sarebbe sufficiente per convincere il presidente a dare il via libera definitivo.

A complicare ulteriormente il quadro vi sono anche alcune divergenze sulle stesse bozze in circolazione. Diverse fonti diplomatiche hanno infatti riferito che non tutte le parti coinvolte starebbero lavorando sul medesimo testo, alimentando confusione sui contenuti reali dell’accordo.

Tra le novità emerse nelle ultime settimane compare inoltre l’ipotesi di un fondo internazionale di investimenti destinato all’Iran in caso di accordo definitivo. Secondo alcune indiscrezioni, Teheran avrebbe chiesto risarcimenti economici per i danni subiti durante il conflitto, mentre i mediatori parlano più prudentemente di uno strumento volto a favorire investimenti e sviluppo economico.

Resta infine aperto il tema dello scongelamento dei fondi iraniani detenuti all’estero. Si tratta di una questione particolarmente delicata per Trump, che in passato aveva criticato duramente le politiche dell’amministrazione Obama nei confronti di Teheran. Per questo motivo la Casa Bianca starebbe valutando formule indirette, anche attraverso il coinvolgimento di Paesi alleati come il Qatar.

Il negoziato, dunque, prosegue. L’obiettivo è trovare una formulazione che permetta sia a Washington sia a Teheran di presentare l’accordo come un successo politico. La firma potrebbe arrivare nelle prossime settimane, ma molto dipenderà dalla capacità delle parti di trovare un compromesso sui nodi più sensibili del programma nucleare iraniano.

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