L’intelligenza artificiale può accelerare l’analisi di enormi quantità di dati e amplificare le capacità investigative, ma non può sostituire la valutazione dell’investigatore, soprattutto quando un’informazione deve assumere valore probatorio. È il principio evidenziato dal Colonnello Gabriele Oliverio del Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche (RACIS) dell’Arma dei Carabinieri, intervenuto a “CyberShield AI Italia – La nuova difesa digitale nazionale”, l’evento promosso dall’Associazione Nazionale Giovani Innovatori (ANGI).
Oliverio ha innanzitutto illustrato l’attività del Reparto Tecnologie Informatiche del RACIS, articolato nelle sezioni informatica, elettronica e cibernetica e impegnato nelle attività di digital forensics, dal recupero dei dati contenuti nei dispositivi mobili, anche danneggiati, fino alle analisi nel cyberspace.
Il reparto opera all’interno di una rete più ampia che comprende anche il ROS, i Reparti Investigazioni Scientifiche, le sezioni cyber presenti sul territorio nazionale e altri operatori impegnati nelle indagini telematiche. Una struttura che, secondo quanto riferito da Oliverio, coinvolge complessivamente circa 650 persone.
Lo scenario investigativo deve però confrontarsi con un’evoluzione tecnologica continua. Deep web, tecniche sofisticate di social engineering e nuovi strumenti digitali vengono utilizzati anche dalla criminalità, imponendo agli investigatori un costante aggiornamento delle proprie capacità.
È in questo contesto che entra in gioco l’intelligenza artificiale. «L’intelligenza artificiale è uno strumento che ci consente di amplificare l’attività dell’investigatore», ha spiegato Oliverio.
Il suo utilizzo richiede tuttavia particolare attenzione. I sistemi di AI possono infatti produrre informazioni non correttamente contestualizzate o risposte completamente errate, le cosiddette “allucinazioni”. Un limite che diventa particolarmente rilevante quando la tecnologia viene applicata all’attività investigativa.
L’obiettivo del RACIS è quindi utilizzare l’AI per snellire alcune delle attività più complesse e dispendiose in termini di tempo. Gli investigatori possono trovarsi a dover analizzare grandi quantità di informazioni recuperate da smartphone, account cloud e altri dispositivi, comprese ore di filmati e migliaia o persino milioni di immagini.
Analizzare manualmente ogni singolo contenuto richiederebbe tempi molto lunghi e potrebbe rendere più difficile rispettare le tempistiche richieste dalla magistratura. Per questo vengono sperimentati strumenti capaci, ad esempio, di trasformare il contenuto delle immagini in descrizioni testuali interrogabili attraverso il linguaggio naturale.
«Posso fare una ricerca in linguaggio naturale per dire: “Trovami, ad esempio, le immagini che hanno un ombrello di colore giallo”», ha spiegato Oliverio.
Un altro progetto riguarda invece la possibilità di effettuare ricerche contestualizzate all’interno di grandi insiemi di documenti e informazioni. Per testarne il funzionamento, Oliverio ha raccontato l’esperimento condotto utilizzando “I Promessi Sposi” e chiedendo al sistema di ricostruire i viaggi compiuti da Renzo.
Una semplice ricerca per parole chiave avrebbe restituito numerose occorrenze di termini come “viaggio” e “fuga”, senza però riuscire a distinguere automaticamente quali corrispondessero realmente agli spostamenti del personaggio. Il sistema sperimentato dal reparto, invece, è riuscito secondo Oliverio a ricostruire correttamente gli spostamenti e a collegare le informazioni ai documenti dai quali erano state ricavate.
Il punto decisivo rimane però la validazione umana. «La validità del dato che è stato eventualmente trovato da parte dell’intelligenza artificiale deve essere validata sempre da parte dell’investigatore», ha sottolineato il Colonnello.
L’AI assume quindi il ruolo di uno strumento capace di velocizzare la ricerca e orientare l’analisi, mentre responsabilità, verifica e valutazione dell’elemento probatorio rimangono nelle mani del professionista.
Oliverio ha sintetizzato questo rapporto attraverso l’immagine dell’investigatore come un artigiano: la tecnologia rappresenta lo strumento con cui iniziare e velocizzare il lavoro, ma sono «la sua professionalità e la sua maestria» a consentire di affinare il risultato.
Una distinzione che diventa centrale nell’applicazione dell’intelligenza artificiale alle investigazioni: utilizzare algoritmi sempre più avanzati per gestire la crescente quantità di evidenze digitali, senza rinunciare al controllo umano sul dato e sulla sua effettiva validità investigativa.
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