La storia dell’arte occidentale è, per lunghi tratti, una densa e tormentata dialettica tra l’integrità della forma e l’ineluttabilità della sua distruzione. Esiste una sottile malinconia che accompagna le opere nate sotto il segno della monumentalità e poi condannate al silenzio dei depositi, alla frammentazione, all’oblio dello sguardo pubblico. Il ritorno del Cavallo Colossale di Antonio Canova al Museo Civico di Bassano del Grappa non si configura semplicemente come una pur eccellente operazione museale o come una pur doverosa celebrazione di un anniversario. Al contrario, esso assume i contorni di un vero e proprio manifesto teorico e plastico, un atto di riscatto estetico in cui la materia, ferita e smembrata per oltre mezzo secolo, riafferma la propria supremazia concettuale sullo spazio e sul tempo. Questo monumentale modello in gesso, dipinto a finto bronzo, rappresenta uno dei vertici più complessi dell’intera parabola neoclassica: un’opera concepita nel pieno della maturità del genio di Possagno, rimasta orfana del proprio completamento eppure capace, nella sua maestosa solitudine anatomica, di sprigionare una potenza visiva che prescinde da qualsiasi finalità celebrativa o politica per la quale era stata inizialmente commissionata.
Per comprendere appieno la portata di questo rientro, è necessario riavvolgere il nastro della storia fino al biennio compreso tra il 1819 e il 1821, un’epoca in cui Canova si trovava al culmine della propria fama internazionale, conteso dalle corti di tutta Europa. La commissione giunse da Napoli, per volontà di Ferdinando I di Borbone, che desiderava un monumento equestre monumentale capace di sancire visivamente la restaurazione del potere dinastico sul Regno delle Due Sicilie. Canova si dedicò all’impresa con un fervore straordinario, concentrando i propri sforzi sulla modellazione del destriero. La scultura equestre ha sempre rappresentato una delle sfide più ardite per gli artisti di ogni tempo, un terrain di confronto con i grandi modelli dell’antichità classica – dal Marco Aurelio del Campidoglio ai cavalli di San Marco – e con le sfide ingegneristiche affrontate da Leonardo e Donatello. L’artista veneto scelse di non ritrarre un animale semplicemente sottomesso al freno del cavaliere, ma cercò di infondere nel gesso l’idea stessa della forza naturale sublimata dall’intelletto. Quando la morte colse lo scultore nel 1822, il modello del cavallo era compiuto, ma il re che avrebbe dovuto cavalcarlo non fu mai modellato dalla sua mano. L’opera nacque così sotto il segno di un profondo paradosso estetico: un monumento monumentale privato del suo nucleo narrativo, un destriero senza cavaliere, una pura espressione di anatomia e dinamismo che, anziché risultare monca, si rivelò un’opera d’arte assoluta e autosufficiente.
Il legame profondo con Bassano del Grappa si strinse nel 1849, quando il gesso monumentale fu donato alla città dal fratellastro dello scultore, monsignor Giambattista Sartori Canova. Il trasferimento dell’opera da Roma al Veneto fu un’impresa epica per l’epoca: il colosso dovette essere suddiviso in 18 macro-frammenti per poter essere caricato su pesanti carri e trasportato lungo i confini degli Stati preunitari. Per decenni, l’opera fu l’orgoglio del Museo Civico, ma il Novecento riserbò al gesso un destino tragico. Le vibrazioni e i traumi causati dai bombardamenti storici sulla città imposero, per ragioni di sicurezza, lo smantellamento del cavallo e il suo confinamento nei depositi. Lì, per quasi sessant’anni, il capolavoro canoviano ha vissuto la condizione frammentaria tipica della modernità archeologica. Ridotto a un gigantesco puzzle tridimensionale di arti, criniere e torsi separati, il cavallo ha smesso di essere un corpo unico per diventare un archivio di forme elementari, sottratto agli occhi del mondo e accessibile solo agli studiosi. Questa lunga eclissi ha alimentato il mito di un’opera perduta, un fantasma neoclassico di cui si conosceva l’esistenza ma di cui si era smarrita la percezione della reale grandezza spaziale.
La rinascita del colosso si è compiuta grazie a un imponente e sofisticato progetto di restauro, sostenuto finanziariamente dal prestigioso programma Restituzioni di Intesa Sanpaolo. I restauratori si sono trovati di fronte a una sfida tecnica e teorica senza precedenti: non si trattava soltanto di ripulire le superfici o di consolidare il gesso, ma di reinterpretare la complessa struttura interna concepita da Canova e dai suoi collaboratori per sostenere il peso immane dell’animale. Ogni frammento è stato digitalizzato, studiato dal punto di vista statico e raccordato a un’intelaiatura interna invisibile, capace di garantire la stabilità del monumento senza alterarne l’aspetto originario. Prima di tornare stabilmente a Bassano, il destriero ha vissuto una cruciale tappa espositiva alle Gallerie d’Italia di Milano, dove la sua sineddoche visiva ha incantato la critica nazionale, dimostrando come la superficie a finto bronzo – una finitura inventata per simulare la solennità del metallo attraverso la stesura di patine e pigmenti sul gesso – fosse ancora straordinariamente vibrante e sensibile alle variazioni della luce contemporanea.
Il 27 ottobre 2026 ha segnato l’inizio della fase finale di questa epopea artistica, con l’arrivo a Bassano del Grappa di dieci grandi casse protettive contenenti i nove macro-elementi strutturali in cui l’opera è stata riconfigurata per il trasporto. Per un mese intero, le sale del Museo Civico smetteranno di essere uno spazio di pura contemplazione passiva per trasformarsi in un laboratorio vivo, un cantiere d’alta ingegneria dove gru, sollevatori e perni d’acciaio guideranno l’assemblaggio definitivo dei pezzi. Questa scelta metodologica permette di svelare al pubblico anche il dietro le quinte della tutela del patrimonio, mostrando come la bellezza neoclassica non sia un dato astratto e immutabile, ma il risultato di un costante e faticoso processo di cura, precisione geometrica e rigore scientifico. L’allestimento finale troverà la sua collocazione ideale nello spazio dell’Ottagono, un ambiente la cui geometria regolare si pone in perfetto dialogo simmetrico con le linee e le proporzioni auree del destriero.
Il culmine di questo percorso culturale si concretizzerà il 12 dicembre 2026, giorno dell’inaugurazione ufficiale e dello svelamento definitivo al pubblico. Quando il velo cadrà, gli spettatori non si troveranno semplicemente davanti a un oggetto monumentale, ma davanti a una meditazione visiva sulla persistenza della forma. Il Cavallo Colossale torna a occupare il proprio spazio nel mondo, non più come un reperto ferito o come una curiosità da magazzino, ma come un’icona ritrovata che ridefinisce l’intera identità culturale del territorio veneto. In un’epoca dominata dal consumo rapido delle immagini e dalla smaterializzazione digitale, la fisicità imponente, la muscolatura tesa nello scatto dinamico e la solennità fiera di questo gigante di gesso offrono un ancoraggio visivo indimenticabile: la dimostrazione che l’arte, quando possiede la forza della vera grandezza classica, è sempre capace di superare le proprie rovine, ricomporre i propri frammenti e tornare a guardare la storia dall’alto della sua eterna immobilità.
Mattia Carlin
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